Tratto da www.lastampa.it
Tornano come ogni anno le prove Invalsi nelle scuole. E tornano dubbi e polemiche: sigle sindacali sul piede di guerra, insegnanti scettici e poco coinvolti, famiglie spaesate che avrebbero il diritto di capire meglio a che cosa servono davvero questi test che riguardano II e V elementare , III media e II superiore (quest’anno non ci sono più in I media). Ed è soprattutto alle famiglie, ma anche a molti insegnanti, che si dovrebbero indirizzare parole di chiarimento.
Che cosa sono i test Invalsi: sono prove « standardizzate » per misurare le competenze raggiunte dai ragazzi nella comprensione di un testo italiano e in matematica durante la loro carriera scolastica . Si dirà, non ci sono
già i voti per questo? Sì, ma prove come quelle Invalsi permettono di avere un metro comune per confrontare il livello raggiunto da uno studente di Torino con quello di uno di Palermo, ciò che i voti degli insegnanti non riescono a fare, perché seguono criteri discrezionali e dunque inevitabilmente diversi da docente a docente. Quali competenze misurano i test? Vero – come si sente dire – che non c’entrano niente con ciò che dovrebbe essere insegnato? Niente affatto, le competenze oggetto delle prove sono quelle descritte e prescritte dalle Indicazioni nazionali per il curricolo, il testo ufficiale che orienta l’offerta formativa delle scuole, pur riconoscendone l’autonomia: sono, dunque, proprio quelle che come collettività nazionale abbiamo deciso che i nostri ragazzi debbano apprendere; e lo saranno ancora di più quando avremo Indicazioni davvero soddisfacenti anche per le scuole superiori.
Che cosa non sono : non sono quiz, non premiano il nozionismo e chi ha memoria, non penalizzano chi ragiona. La può pensare così solo chi non ha mai letto una pagina di test Invalsi; un pregiudizio fatto proprio anche da intellettuali di primo piano, come Luciano Canfora. Ciò detto, è ovvio che le prove e la loro aderenza alle competenze che vogliono investigare possono essere ancora perfezionati: ma basta con la fola dei quiz.
A che cosa servono: sostanzialmente, (1) a capire in generale come va il sistema d’istruzione in Italia e (2) a dare informazioni sui punti di forza e di debolezza di ciascuna scuola, permettendole di confrontare i propri risultati con quelli delle altre scuole (tenendo conto naturalmente delle differenze economiche, sociali e culturali del contesto). Queste informazioni possono essere utili alle famiglie per compiere scelte più consapevoli e utilissime agli insegnanti e ai dirigenti scolastici per mettere a fuoco che cosa non va nella propria scuola e decidere misure di miglioramento. Naturalmente, il meccanismo virtuoso che dagli esiti delle prove Invalsi va alle terapie messe in atto dal corpo docente tanto meglio funziona quanto più i risultati vengono restituiti alle scuole in modo comprensibile: su questo l’Invalsi può fare meglio. Bene sarebbe, inoltre, estendere le prove
ad altre aree del sapere, come le scienze e la lingua inglese. A che cosa non servono: le prove Invalsi non possono e non devono essere usate per valutare i singoli docenti, specie se in ballo vi sono premi retributivi o di carriera. Secondo tutte le esperienze internazionali, esistono solide ragioni metodologiche, tecniche e pedagogiche (gli apprendimenti di uno studente sono il frutto di un lavoro di squadra) per escludere questa ipotesi,
che resta purtroppo il grande timore degli insegnanti. Vogliamo premiare il « merito » di ciascun docente? Sono d’accordo, ma cerchiamo altre strade (maggiori responsabilità ai presidi?), non le prove Invalsi. Inoltre, se le prove sono risorse affidabili per valutare apprendimenti e competenze, per loro natura non sono adatte a valutare la qualità di una scuola sotto altri aspetti cruciali: ad esempio, la capacità di inserire un ragazzo straniero o di essere inclusiva nei confronti di un disabile. Per questo, servono ulteriori strumenti, ad esempio, visite periodiche alle scuole da parte di osservatori specificamente preparati a questi compiti.
Concludendo: per migliorare l’istruzione pubblica in Italia le prove Invalsi servono, eccome; possono essere migliorate, ma sarebbe un errore abolirle.
Dobbiamo, però , essere consapevoli che esse sono solo uno dei pilastri su cui fondare la valutazione e il miglioramento delle scuole italiane.
Direttore Fondazione Giovanni Agnelli










i, dove il numero di righe indica l’Hotel di provenienza e il numero di colonne la camera occupata in quell’Hotel. È importante quindi contare tutti i nuovi clienti mettendoli in fila, muovendosi su questa tabella infinita in qualche modo, così da potersi riportare nella situazione precedente: ad esempio (1,1) nella stanza 1, (1,2) nella 2, (2,1) nella 3 e così via, come mostra la figura qui a fianco.
operando un’estensione di quello che è il teorema di Szemerédi, dimostrano uno splendido teorema sui numeri primi, affermando che la sequenza dei numeri primi contiene progressioni aritmetiche arbitrariamente lunghe e che, dato un qualsiasi numero naturale N, c’è sempre un primo 











anti del mestiere è la sua versatilità, infatti “vi sono tantissime opportunità per i matematici, la carriera nell’ambito scolastico è solo una fra le tante possibilità”. Tutto si basa sui numeri, per questo un crescente numero di aziende ricerca matematici per diversi impieghi e per ogni genere di progetti: qual è il modo più efficace per lavorare in una rete di distribuzione? Dove conviene investire? Quale investimento ha il rischio minore? Inoltre questa professione si è classificata fra quelle più ricompensate del 2014, con un salario medio annuo nel 2013 di $ 101.360. Il settore ha prospettive luminose per il futuro, con un tasso di crescita previsto per il 2022 del 23%.

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